lunedì 2 gennaio 2012

NEL CUORE DELLA DOMANDA: Tra Poesia e Filosofia


Giorno e notte un fuoco divino ci spinge
ad aprirci la via. Vieni, guardiamo nell’Aperto,
cerchiamo ciò che è nostro, per quanto lontano.
Friedrich Hölderlin

I poeti sconfinano in una terra dove il paesaggio consueto si sfalda e l’orizzonte si fa più incerto; ed è come se si immergessero in una fonte originaria, sorgente del loro canto, dove sgorgano parole che lacerano l'intimo e dischiudono un nuovo scenario: il cuore della domanda. Come vuole Heidegger, essi sono “i più arrischianti”, si accompagnano col rischio in una regione straniera nella totale assenza di protezione, come viandanti alla ricerca, in sentieri erranti dove crolla la geografia dell’abitare quotidiano; qui, essi “sono i più dicenti e presagenti” che in cammino verso il non detto “arrischiano il dire”: i poeti si espongono all’Aperto, al cuore della domanda, e “dicono il taciuto”. L’Aperto è la terra della dis-protezione, l’abisso dove il terreno solido, le mura circondarie, i confini tracciati e chiusi, vacillano, è la radura della ricerca, l’erranza della domanda.
I poeti non hanno paura di guardare in faccia il dolore, la tragicità cui è sottoposta l’umanità, “stirpe miserabile ed effimera”, condizione di tragicità, perché avvertono che in questa ferita, in quest’intima lacerazione, è custodito il prezioso segreto della domanda, la terra vergine in cui i ricercatori di nuove verità possono coltivare le loro speranze. "Effimeri, cosa siamo? cosa non siamo? Sogno di un'ombra l'uomo!" dice Pindaro: creature di un giorno, mortali e miserabili, in balìa del tempo: ed è proprio muovendo dal riconoscimento di questa fragilità e precarietà si è portati subito a interrogarsi: chi è l’uomo? cosa siamo? cosa non siamo? Tali domande perseguitano incessanti il pensiero, lo rincorrono inesorabilmente, allora come oggi (il titolo di un famoso dipinto di Paul Gauguin, Da dove veniamo? Che siamo? Dove andiamo? è assurto, spesso abusandone fino a farne uno slogan banale, quasi a simbolo dei massimi quesiti esistenziali dell’uomo; Max Scheler sottolinea, anzi, come “noi siamo la prima epoca in cui l’uomo è diventato completamente e interamente “problematico” per se stesso; in cui egli non sa più che cos’è, ma allo stesso tempo sa anche che non lo sa”); inquietano perché nessuna risposta ancora le riesce a placare, inquietano forse perché, come ci ricorda il coro dell’Antigone di Sofocle, “molte sono le cose inquietanti, ma nulla più inquietante dell’uomo”; è l’uomo stesso allora che racchiude nel suo essere il cuore del domandare; esso sta nell’inquietante sua condizione che lo accompagna dalla sua venuta al mondo, nella sua incompiutezza e incompletezza, che religioni e mitologie non si stancano di raccontare; è proprio perché ne va del suo essere, che egli pone in questione il suo essere. Qui la domanda si fa radicale, se è vero che “essere radicale – come dice Marx – significa considerare le cose in base alla radice. Ora, per l’uomo, la radice è l’uomo medesimo”: è l’uomo ad essere primariamente in questione, e per questo egli chiede del suo essere. Se essere radicali è dunque volgersi alla radice, e se la radice è la condizione umana stessa, si tratta, quando ci si chiede chi è l’uomo, di guardare in faccia la ferita che ci abita, come Pindaro, e di farci accompagnare nell’Aperto, come poeti, viandanti per sentieri erranti attorno al cuore della domanda.
All’alba del pensiero occidentale anche Platone narra della frattura costitutiva dell’esistenza umana e lo fa in un dialogo incentrato sull’amore: il Simposio (190-203). Qui si dice che Zeus, volendo castigare l’uomo per la sua superbia e forza, senza tuttavia distruggerlo, lo tagliò in due. Prima del taglio, gli uomini erano uniti nella contrapposizione di maschile e femminile, l’uno e l’altro insieme; dalla punizione di Zeus, invece, ciascuno di noi non è più propriamente un uomo, “ma il simbolo di un uomo, diviso com’è da uno in due”. La parola “simbolo” usata da Platone è in greco symbolon: originariamente “tra gli antichi era diffusa l’abitudine di tagliare in due un anello, una moneta o qualsiasi oggetto, e darne una metà a un amico o a un ospite. Queste metà, conservate dall’una e dall’altra parte, di generazione in generazione, consentivano ai discendenti dei due amici di riconoscersi. Questo segno di riconoscimento si chiamava simbolo. Tale è il senso originario della parola” dice il filosofo Galimberti. Syn-bállein è pertanto l’attività del congiungere, del mettere insieme ciò che è stato diviso, lacerato (dia-bállein); nel Simposio Eros (l’amore) è la forza che ricongiunge ciò che Zeus ha separato: egli cerca di ricomporre l’antica ferita, tendendo a “fare di due uno solo” e risanando così l’umana natura: è desiderio e aspirazione all’unità (degli uomini tra loro, o degli uomini agli dei). Eros però, così come lo intende Platone, non è tanto un sentimento umano che si può descrivere e spiegare ("Coloro che si amano non saprebbero neppure dire che vogliono l’uno dall’altro. Infatti, non sembrerebbe essere il piacere d’amore la causa che fa stare insieme gli amanti l’uno con l’altro con così grande attaccamento. Ma è evidente che l’anima di ciascuno di essi desidera qualche altra cosa che non sa dire, eppure presagisce ciò che vuole e lo dice in forma di enigmi”), e neppure ha la perfezione di un dio, in quanto è mancante e desiderante: egli è piuttosto un demone, che afferra l’uomo e lo colpisce nella forma della possessione; così Diotima istruisce Socrate alla domanda che chiede la natura di Eros: “un gran demone, o Socrate: infatti, tutto ciò che è demonico è intermedio tra il dio e il mortale. […]Egli ha il potere di interpretare e di portare agli dei le cose che vengono dagli uomini e agli uomini le cose che vengono dagli dei […]. E stando in mezzo fra gli uni e gli altri, opera un completamento, in modo che il tutto sia ben collegato con se medesimo”. Amore è pertanto mediatore tra l’uomo e il dio, li pone in colloquio, è evento simbolico che tende a riconciliare ciò che è opposto, il mortale e il divino; ma tale relazione non si risolve mai in una pura identificazione, in un’unità indeterminata: “un dio non si mescola all’uomo” ricorda Diotima; Eros, piuttosto, tiene in tensione i distanti, li congiunge pur mantenendoli nella loro diversità, li lega custodendone la differenza. La ferita inferta insomma non si rimargina, è lì come segno ineludibile della nostra condizione: eppure il dio che l’ha inflitta ha escogitato anche il rimedio, la possessione che conduce alla ricerca dell’anello mancante; per questo Amore è testimonianza chiara della fragilità dell’uomo, dell’insufficienza radicale del suo essere, ed è anche forza che de-situa perché conduce oltre quella situazione originaria, perché sospende l’ordinario svolgersi della vita per aprirsi al desiderio stra(extra)-ordinario della riconciliazione. Questo doppio rimando, alla frattura e alla cura, è inscritto nella genealogia stessa di Eros, così come è raccontata nel dialogo: egli infatti è figlio di Penia, la povertà, l’indigenza, e di Poros, l’espediente, il rimedio, rispecchiando così da un lato la penuria causata dalla ferita, dall’altro la scaltrezza nel farvi fronte. La natura simbolica di Amore è pertanto caratterizzata da una costitutiva ambivalenza: la parola significa che l’una cosa in questione e l’altra, ambi (da amphí, l’uno e l’altro insieme, l’affacciarsi degli opposti come nell’anfi-teatro) hanno lo stesso valore, valenza; per cui crolla quel principio di identità e differenza in base al quale una cosa è questo e non quello (si identifica con se stessa e si differenzia da un’altra): nell’ambivalenza invece la cosa è questo, ma anche quello. Ecco perché nel Simposio si dice che "Eros non è né povero né ricco, ma l’uno e l’altro insieme, né mortale né immortale, ma partecipe di entrambe le nature, né ignorante né sapiente, ma filosofo". La Filo-sofia, infatti, si situa in quella situazione intermedia tra la sapienza degli dei, che non desiderano diventare sapienti in quanto lo sono già, e la stoltezza degli ignoranti, che non ne avvertono il desiderio in quanto ritengono di non averne bisogno: essa è amore per il sapere, tensione verso una pienezza che sa di non poter raggiungere, ma di cui avverte la mancanza, consapevole com’è dell’intima ferita da cui ha moto la via della ricerca...anche i filosofi abitano il cuore della domanda... 
Il poeta, vagante per i sentieri ignoti dell’Aperto, e il filosofo, errabondo sulle tracce di Amore, cercano entrambi di volgere lo sguardo all’uomo, entrambi di andarne radicalmente alla radice, laddove nasce la domanda, laddove l’essere in questione pone in questione se stesso. Ma, ricorda Nietzsche, “mille sentieri vi sono ancora non percorsi, mille salvezze e isole nascoste della vita. Inesaurito e non scoperto è ancor sempre l’uomo e la terra dell’uomo”. L'uomo è forse un ponte, un viaggio e non una destinazione, un percorso erratico di domande; e chissà che in questo cammino poeti e filosofi non scoprano che nel loro errare una parentela segreta si agita nel fondo dei loro cuori arrischianti: la domanda...una scoperta poco rassicurante, inquietante, quanto è inquietante l'uomo da cui muove la ricerca...una parentela pericolosa forse...Ma "dove cresce il pericolo, cresce anche ciò che salva" (Hölderlin).
Tommy

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